Hostel Drink & Hospitality, il futuro è l’ospitalità alcolica

Adriano Rizzuto e il bancone si conoscono da 20 anni. Non male, considerando che lui ne ha poi solo 36. È nato a Palermo, ma la sua iniziazione è avvenuta a Torino quando di anni ne aveva appena 16, grazie a suo fratello che gli ha schiuso le porte del suo bar, all’inizio affidandogli la caffetteria. Serviva l’aspetto tecnico del resto, perché quello umano sicuramente non gli è mai mancato avendo una mamma che di professione fa l’assistente sociale e che fin da piccolo gli ha inculcato il piacere del “prendersi cura” di qualcuno, che si trattasse di amici, sconosciuti oppure, nel suo caso, ospiti.

Arrivarono gli anni 2000, e con loro la moda del freestyle: bartender, che all’epoca si chiamavano semplicemente baristi, che con mixer, bicchieri e spoon facevano evoluzioni degne dei migliori circensi. Nemmeno Adriano ne rimase immune e cominciò a dedicarsi con passione a quella che sarebbe diventata qualcosa di più di una professione, ma andiamo con ordine.

Aveva 29 anni quando nacque sua figlia Rachele, la gioia più grande della sua vita. Con lei però nacquero anche una buona dose di domande, la più imperativa della quali riguardava il suo futuro. Gli rimbombava nella testa più o meno così: “voglio cominciare a prendere sul serio questo lavoro, oppure limitarmi a farlo finché non mi stancherò e andrò a fare altro?”. Le risposte non tardarono ad arrivare.

Adriano Rizzuto.
Foto di gamberorosso.it

Nel 2013 apre il suo Cocktail Bar, Close, che dopo appena un anno viene eletto da Bargiornale “Rivelazione dell’anno”. Era caratterizzato, sia negli arredi che nella drink list, da uno stile bohemienne che di lì a poco avrebbero riproposto in tanti.

Nel 2015 viene chiamato da SKY per partecipare a Bartendency, uno dei primi show dedicati all’arte della miscelazione che piano piano cominciava ad affacciarsi sulla scena nazionale, arrivando a interessare il pubblico quasi quanto la cucina.

Nel 2017 si laurea vicecampione alla Campari barman Competition e nel 2018 il suo Close viene inserito dal Gambero Rosso nella classifica dei migliori 10 cocktail bar d’Italia.

Il 2018 però non si è fermato qui per Adriano, perché grazie al sodalizio con Dario Tirenna è stato anche l’anno in cui è nato a Palermo Hostel Drink & Hospitality, un vero e proprio concetto di ospitalità innovativo che hanno ribattezzato “ospitalità alcolica”.

Hostel si trova nel cuore di Palermo, in quel piede fenicio vicino al mare che rappresenta la parte più antica della città. È in via Materassai, vicino alla fontana quattrocentesca che ha costituito per secoli il punto di riferimento dei mercanti per lo scambio delle merci, in una zona quindi che da sempre costituisce uno straordinario crocevia di culture.

C’era uno spazio sfitto in via Materassai che una volta era una vecchia stalla, ma per Adriano e Dario è stato tutto chiaro fin dal primo sguardo. Poco tempo dopo ne è nato un locale che si sviluppa su due piani e che, in ossequio a un luogo che rappresenta per antonomasia l’ospitalità in tutto il mondo, è stato chiamato Hostel.

Dalla strada si vede solo un’immensa vetrata di sei metri in puro stile Liberty, che suscita una certa curiosità anche al visitatore più distratto. Come se fosse un ostello internazionale, la prima sala in cui si accede dall’esterno è una vera e propria hall, con mattonelle diamante dipinte a mano e un’ambientazione rockabilly molto colorata ma non eccessivamente accesa, cornice perfetta per una miscelazione semplice quale quella proposta in questa ala del locale. Vini, birra e shot completano l’offerta al piano di sotto, ma non pensiate che sia finita qui.

Prima di spostarci al piano di sopra, parliamo del concetto che permea tutto il cocktail bar e cioè quello dell’ospitalità. Avete mai fatto caso che, nella lingua italiana, “ospite” è una parola cosiddetta “enantiosemica”, e cioè caratterizzata da due significati, uno opposto all’altro. Ospite infatti è sia chi ospita sia chi gode dell’ospitalità. In effetti qui l’ospitalità – Adriano ci tiene particolarmente a segnalarlo –  viene da esseri umani che ospitano altri esseri umani, non da venditori che fingendo di voler mettere a proprio agio i clienti mirano invece a rifilargli qualsiasi cosa a seconda di ciò che ritengono più utile vendere. Qui i bartender vogliono conoscere chi hanno davanti, intercettarne i gusti, guardare insieme agli ospiti il menu e alla fine realizzare il cocktail perfetto per le loro esigenze, che si tratti di un classico o di una sua rivisitazione.

Ma adesso saliamo al piano di sopra, attraversando una porta rossa illuminata da una luce che esce soffusa dalla canna di un fucile. Non sappiamo cosa troveremo, ma di una cosa siamo certi: non vedremo nessuna bottiglia esposta, perché da Hostel non esiste il concetto di marketing persuasivo, né sopra né sotto! La porta rossa si apre con un badge (negli ostelli del resto, per aprire le porte serve una chiave), e davanti a noi si ergono due rampe di scale in maiolica, uno dei tanti elementi che sono stati conservati della struttura originale. Cominciamo a salire i gradini e il suono di un carillon invade progressivamente l’ambiente fino alla metà della seconda rampa, quando si comincia a percepire nettamente una melodia celestiale che entra nelle orecchie e nelle vene, una musica di forte impatto emozionale. Si tratta di Nicolò Paganini, compositore particolarmente legato a Palermo perché proprio in questa città nacque il suo primo figlio. Nulla fatto a caso, insomma.

Paganini forse non ripete ma ci introduce in una stanza con le pareti in tufo, il soffitto a cassettoni ottocentesco e un banco che dà le spalle alle grandi finestre. Accomodandosi si possono ordinare drink classici, la cui semplicità complessa ricorda un po’ la filosofia che sta alla base dell’intero locale e anche della scelta del già citato Paganini. Sono buoni i twist, sono buoni i signature, ma i classici, quelli sono indimenticabili. Provate a citare il nome di un signature che avete bevuto recentemente, per quanto buono fosse. Ora invece dite il primo nome di cocktail classico che vi viene in mente. Facile, no? Il classico è classico perché ha una storia, ne abbiamo esperienza, abbiamo imparato a conoscerlo, apprezzarlo, cambiarlo e riprenderlo, ma non lo dimenticheremo mai. Come una melodia di Paganini, tanto per dirne una.

Naturalmente anche l’esecuzione di un drink classico nel 2019 non prescinde dall’innovazione della tecnica, quindi non è un caso che il ghiaccio venga realizzato con acqua refrigerata attraverso osmosi inversa ma poi tagliato a mano in diverse misure, perché gli shaker non sono tutti uguali né tutti i cocktail si shakerano allo stesso modo. Sono dettagli, incontri tra la tradizione e la voglia di personalizzare nel dettaglio ogni singolo cocktail e ogni singola esperienza. Tradizione e innovazione, si dice al giorno d’oggi, e non è quindi un caso che i cocktail vengono realizzati solo con distillati primari del vino, quelli che di tanto in tanto vengono considerati “fuori moda” ma senza i quali nulla di ciò che oggi beviamo esisterebbe. Armagnac, Cognac, Brandy… tutti i distillati di oggi, o quasi, vengono da lì. State tranquilli, per esempio, amanti del whisky: un armagnac non vi farà rimpiangere il vostro primo amore, tanto quanto agli amanti del rhum non dispiacerà assaggiare un cocktail a base di brandy. Storia nel bicchiere, da un certo punto di vista.

Le sorprese non finiscono qui, perché attigua alla sala cocktail c’è un’altra sala, quella “del liscio”, dedicata ai fumatori e alla quale, per logica, si accede attraversando un camino. Si chiama non a caso la “Stanza dello Spazzacamino”, un ambiente decadent-chic con carta da parati verde, molto scura, poltrone con punti luce che azzardiamo a definire “caravaggeschi”. Qui non è possibile bere cocktail perché il fumo ne distruggerebbe il sapore, ma si possono invece degustare distillati che ben si abbinano alle note del tabacco e, magari, un rosolio originale tra quelli proposti da Adriano.

Ora scusateci, il richiamo della sala del camino è troppo forte, il nostro racconto finisce qui ma speriamo di avervi incuriosito almeno un po’, perché quella di Hostel è un’esperienza che vale davvero la pena fare, ce lo direte anche voi!

 

 

Hostel drink & hospitality

Via Materassai 13, Palermo

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