World’s 50 Best Bars: come si piazza l’Italia?

Ogni settore ha bisogno dei suoi Testi Sacri, e se per i ristoranti – oltre allo strapotere Michelin – la classifica forse più importante di tutte è la prestigiosa World’s 50 Best Restaurant, per bartender e cocktail bar il corrispettivo è la versione “beverage” del premio, The World’s 50 Best Bars.

Come funziona?

C’è una giuria, composta da bartender professionisti e da esperti del settore, in larga misura giornalisti, che si occupa di visitare i bar, recensirli e, collegialmente, redigere la classifica dei migliori 50 al mondo. Per chi qualcosa di mixology ne mastica non sarà una sorpresa sapere che negli ultimi anni l’Inghilterra, e in particolar modo la sua capitale Londra, ha occupato stabilmente i primi posti dei 50 Best arrivando spesso a vincere la classifica, con il noto Savoy obbligato quest’anno a cedere lo scettro di miglior bar del mondo al Dandelyan che si trava a… Londra anch’esso! 

credit: imagecomms

Con 10 cocktail bar in una classifica di 50, Londra si riconferma anche quest’anno la capitale non solo dell’Inghilterra ma della mixlogy mondiale, lasciando a bocca asciutta tutti i sostenitori (tra cui anche i sottoscritti), del Rinascimento della miscelazione italiana, che non sembra trovare alcun riscontro oltre i confini nazionali. 

Che in Italia la tradizione di miscelazione sia antica, onorevole e onorata non c’è dubbio, o per lo meno non dovrebbe essercene. Nè si può affermare che gli ultimi 5/10 anni non abbiano visto un riaffacciarsi prepotente sulla scena della cocktaillerie italiana una filosofia che premia senza compromessi la qualità, l’originalità e lo studio. Insomma, quei tempi in cui per fare un Gin Tonic si mescolava al Gin più economico trovato al supermercato una lattina di Tonica da pochi centesimi paiono finiti. Oggi ci sono cocktail bar in Italia che addirittura il gin se lo distillano da soli. 

Allora perché? Cosa manca alla nostra miscelazione non tanto per entrare nelle classifiche internazinali che contano (ma anche un po’ sì, dai) ma per farsi conoscere e riconoscere come il movimento culturale che è diventato? Culturale, sì, avete letto bene, perché dietro a un cocktail fatto bene ce n’è parecchia di cultura, così come dietro a un piatto fatto bene, intendiamoci. C’è cultura dell’ingrediente, cultura dell’abbinamento, cultura storica (perché qualcuno quell’ingrediente l’ha scoperto o creato ben prima di noi, e quindi vale la pena domandarsi come c’è arrivato, perché, se voleva ottenere proprio quello e se per caso aveva già trovato il modo migliore per gustarselo), cultura chimica, fisica (talvolta su questi cocktail creano delle impalcature che per stare in piedi necessitano di studi che nemmeno un architetto), persino gastronomica, ormai, visti i passi da gigante che sta compiendo la cosiddetta “cucina liquida”. 

Una risposta non l’abbiamo trovata, abbiamo solo lanciato un piccolo, modesto grido. La “meglio gioventù” delle nostre barmaid e dei nostri bartender è proprio a Londra che va a formarsi, prima di tornare (e in questo caso, per fortuna, tornano in tanti) in Italia per esprire la propria idea di miscelazione, più o meno matura che sia. Anzi, per l’esattezza non vanno solo a Londra, ma spesso vanno proprio al Savoy. 

Facciamo quel lavoro corale che la miscelazione esalta tutti i giorni: cerchiamo di capirlo insieme il motivo per cui all’estero la nostra arte viene considerata così poco, quasi poco niente. Però capiamolo bevendo un drink ben fatto, perché a prescindere da quel che dicono le classifiche, il Rinascimento della miscelazione italiana c’è stato ed è ancora oggi più forte che mai. Qui si beve bene, qualcuno di lor(d) signori esaminatori vuole provare? 

 

THE WORLD’S 50 BEST BARS: CLASSIFICA 2018 

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