Intervista a Walter Gosso, ambassador e advocacy Rinaldi 1957

Esperto di distillati, fieramente amante del whisky, con una carriera alle spalle che, a soli 48 anni, lo colloca tra i più grandi talenti del beverage mondiale. Walter Gosso, Ambassador e Advocacy di Rinali 1957, si racconta su MT Magazine.

 

Walter, da qualche mese hai cominciato una nuova avventura in Rinaldi 1957, ce ne puoi parlare?

Certo. Ho iniziato giusto quest’anno, poco prima che scoppiasse l’emergenza Coronavirus. In Rinaldi ricopro il ruolo di Ambassador, seguendo in particolar modo alcuni brand di Rum, Gin e Champagne che si collocano tra i premium a livello mondiale. Per i Gin possiamo citare Ramsbury e Aviation, per i Rum naturalmente Don Papa e per lo Champagne una maison, Jacquart, che ha progetti molto interessanti per il futuro. Non sono ovviamente gli unici prodotti di cui mi occupo, ma diciamo che il mio focus è su quelli. Essendo un grande  appassionato di Whisky seguo alcuni produttori scozzezi e giapponesi come Glenfarclas e Kamiki senza dimenticare alcuni straordinari prodotti italiani come gli amari, per esempio Venti e Formidabile, e Gin come Ginepraio e Rivo. La qualità delle referenze Rinaldi è in costante crescita, devo ammettere che questa nuova avventura è molto stimolante.

Cosa fa esattamente un Ambassador?

Dunque, attualmente io ricopro sia il ruolo di Ambassador che quello di Trade Advocacy Manager. Sostanzialmente lavoro insieme alla rete commerciale, istruendo i venditori sui tipi di prodotti che devono presentare. Il mio ruolo è nato ormai diversi anni fa in tutte le grandi aziende che si occupano di beverage e non solo, per un’esigenza ben precisa: rendere consapevoli i venditori della qualità e delle potenzialità dei prodotti che vendiamo. Spesso capita che i prodotti di nicchia per esempio siano meno conosciuti e quindi raccontati agli acquirenti in maniera imprecisa. L’advocacy quindi è un po’ il punto di riferimento dell’intera rete commerciale dell’azienda.

A questo punto una domanda ci sorge spontanea: come si diventa te?

(Ride n.d.r) Una domanda molto bella a cui non è facile dare una risposta. Sicuramente bisogna studiare tantissimo e aver trascorso altrettanto tempo dietro al bancone. Io ho 48 anni ed è da quando ne ho 14 che sono dietro a un bancone. Senza aver fatto tutte le lavastoviglie che ho fatto e senza essermi tagliato le dita mille volte mentre affettavo i limoni non sarei mai arrivato dove sono ora. Serve un knowledge importante a livello di food and beverage, serve una forte empatia, serve provare un piacere naturale nello stare insieme alle persone. Serve l’amore per la chiacchiera, il sincero interesse nei confronti di chi ti si siede davanti, e anche un po’ di sana faccia tosta! Quello che mi manca di più in questo periodo è proprio il contatto con le persone.

Quindi esperienza ed empatia. Dici poco! Serve altro?

Assolutamente sì: serve viaggiare, conoscere e studiare. Sono tre cose che non bisogna smettere di fare mai. Non bisogna aver paura di lasciare il nido e andare all’estero, perché è l’unico modo per imparare le lingue e aprire la mente scoprendo tutte le differenze che ci sono nel modo di lavorare, di pensare e di vivere. Poi non bisogna smettere mai di studiare, leggere libri e soprattutto toccare con mano l’oggetto del proprio studio. Puoi sapere tutto ciò che è stato scritto sul whisky, ma se non tocchi con mano l’orzo maltato, il calore di un alambicco che sta distillando, se non parli con l’uomo o con la donna che stanno dietro a questo miracolo che si rinnova ogni giorno beh, è difficile che tu possa davvero fare al meglio questo mestiere. Quindi armatevi di valigia, curiosità, coraggio e partite!

Tu come fai a tenerti aggiornato in un mondo che cambia così velocemente?

Non è facile. Io per esempio dico sempre che oggi siamo già vecchi: il mondo va così veloce che ci lascia per forza indietro, non c’è scampo. Forse dopo la drammatica esperienza del Covid rallenterà, chi può saperlo. Magari ce n’è persino bisogno. In ogni caso, oggigiorno il più grande aiuto ce lo dà il web. Rispetto a quando ho cominciato io, in un periodo in cui internet non c’era e le aziende mantenevano per sé qualsiasi informazione sui propri prodotti, oggi trovare nozioni è una possibilità alla portata di tutti. Non dobbiamo nemmeno dimenticare come internet abbia semplificato l’interconnessione tra i diversi attori della cosiddetta “ospitalità”. Oggi è molto più semplice conoscere, anche virtualmente, i professionisti, parlare con loro, entrare in contatto con le aziende che nel frattempo si sono aperte al mondo e reperire informazioni. Certo c’è il rovescio della medaglia: internet ha dato la possibilità a chiunque di dire la sua anche senza averne le competenze, quindi la famose “fake news” sono all’ordine del giorno. Bisogna fare attenzione.

Come si fa a evitare di incorrere in fake news?

Selezionando attentamente le fonti. Personalmente mi informo solo su alcuni siti, per esempio quelli di AIBES o IBA, associazioni importanti in cui in genere chi scrive è un professionista del settore. Attualmente anche i siti delle aziende di beverage sono piuttosto competenti, poi può capitare a tutti di fare errori, quello è umano. Certo non bisogna né vedere associazioni e aziende come un Bibbia né tantomeno dimenticare il valore dei libri. Quelli sono sempre fondamentali, anche nell’epoca della digitalizzazione di massa.

Non solo le informazioni ma anche i prodotti oggi si sono moltiplicati a dismisura. È un bene per il mercato?

Se sia un bene oppure no ce lo dirà il tempo. Sicuramente la concorrenza è aumentata, prendi per esempio il caso del gin: quando ho iniziato a fare questo mestiere c’erano quattro colori di gin dietro la mia schiena, sulla bottigliera, e poi c’erano i gin locali. Ora in tutto il mondo abbiamo circa 800 etichette di gin. Non bisogna pensare però che negli anni ’80 non esistessero i gin di nicchia, semplicemente non era facile reperirli e portarli in Italia. In ogni caso, da quando sono stati lanciati Tanquerey 10 e Hendrik’s, tutto è cambiato, per fortuna: si è aperto un mondo del tutto nuovo nel panorama del gin, che oggigiorno sta vivendo lo stesso periodo fortunato che visse la vodka tra gli anni ’90 e gli anni 2010. Credo che il gin avrà vita più lunga, anche se sicuramente ne vedremo tanti sparire, perché a mio parere ce ne sono troppi. Come dicevo all’inizio, comunque, ce lo dirà il tempo.

Secondo te come cambierà il mondo del beverage e del bartending dopo la crisi del Covid?

Secondo me ci saranno tanti cambiamenti, sia a livello professionale che a livello umano, e non è detto che tutti i mali vengano per nuocere. Sicuramente ne usciremo tutti segnati, è inevitabile, ma ne usciremo. Cambierà probabilmente il nostro modo di approcciarci gli uni con gli altri: baci, abbracci e strette di mano non ce li potremo permettere per un po’, e per i primi tempi manterremo delle distanze a cui noi italiani probabilmente non siamo abituati. Noi siamo gente calorosa, siamo un po’ latini in questo, abbiamo bisogno del contatto, ma dovremo essere responsabili. Per questo secondo me la figura del bartender diventerà ancora più importante, perché si troverà in mano il potere di ridare il sorriso alle persone. Oggi stiamo vivendo una sorta di secondo proibizionismo, con tutte le differenze del caso, ovviamente. Intanto questo proibizionismo è necessario e sacrosanto, a differenza di quello americano del secolo scorso, e poi riguarda le nostre libertà personali. Non possiamo uscire, non possiamo stare insieme, non possiamo frequentare locali. Si tratta di misure che sono da seguire ciecamente, ne va della nostra salute, ma senza dubbio ci stanno stressando tanto. Quando potremo di nuovo uscire avremo voglia di convivialità, e in quale altro posto potremo trovarla se non in un bar? Cercheremo un contatto che se non potrà essere fisico sarà visivo, uditivo, gustativo. Guarderemo negli occhi il bartender, parleremo con lui, assaggeremo i suoi drink. Questi piccoli gesti riusciranno a restituire il sorriso alle persone, per questo i barman ma anche sommelier, camerieri, maître, receptionist e tutti coloro che lavorano a contatto con le persone avranno un’enorme responsabilità che, a mio parere, sapranno sostenere senza dubbio al meglio.

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