La seconda vita del pane vecchio: la birra. Franco di Pietro ci parla di Biova, la birra che viene dal pane.

di ELISABETTA LUGLI

Dare una seconda chance al pane vecchio: è questa la semplice, ma geniale, intuizione alla base di Biova Project, start up nata a Torino nel 2018 e già diventata una realtà di spicco che ha varcato ampiamente i confini della città.

Biova, in Piemonte, è il nome di un tipo di pane soffice e bianco. Come tutti gli altri tipi di pane, purtroppo, ogni giorno si trasforma in avanzo, essendo deperibile, e viene buttato via. Soprattutto nelle realtà di una certa dimensione: in primis nella grande distribuzione, ma anche nelle panetterie e nella ristorazione.

La start up Biova prende questo pane destinato a essere buttato via e lo trasforma in birra: anzi, per essere precisi, in una buona birra artigianale. Molto buona, l’abbiamo assaggiata, e abbiamo parlato con Franco Dipietro, uno dei fondatori di Biova.

 

Franco, come vi è venuta l’idea di produrre la birra partendo dal pane?

Io ho sempre lavorato nel settore della comunicazione. Per via del mio lavoro mi è capitato di occuparmi di alcune associazioni no profit legate al recupero alimentare: l’esperienza mi ha aperto gli occhi sulla dimensione del problema, e da lì mi è venuta l’idea. Di pane se ne butta via tantissimo tutti i giorni.

Quanto pane si utilizza per produrre la birra Biova?

Calcola che per 2500 litri di birra vengono utilizzati più di 100 kg di pane. Ma oltre a questa riduzione di spreco alimentare, c’è di più: con il nostro procedimento serve il 30% di malto in meno per produrre la birra. Quindi oltre al recupero c’è la riduzione della materia prima. E di CO2 nell’atmosfera.

Che tipo di birra è Biova?

Non ce n’è solo una, per diversi tipi di pane si producono diverse birre. Il bello è proprio questo, Biova è un vero e proprio progetto di circular economy a cui tutte le realtà che hanno sprechi di pane possono aderire. Ti faccio un esempio: per M** Bun produciamo una IPA. È fatta con il pane invenduto dei loro hamburger. Così non c’è spreco, e nei loro punti vendita servono la birra Biova prodotta con i loro stessi scarti. Lo stesso vale per la Coop, per il Carrefour. Prendiamo il loro pane, creiamo la ricetta personalizzata con il nostro mastro birraio, poi la produciamo nel birrificio affiliato più vicino. La nostra Biova base è una Kolsch, stile di Colonia. Presto produrremo anche una Pale Ale.

 

Di questo progetto si potrebbe dire molto di più, a livello pratico: dati, riscontri, conferme. Di più anche a livello emotivo: un progetto innovativo, una start up creata da giovani, che unisce armonicamente la lotta allo spreco alla circular economy, non allontanandosi però dalle realtà produttive locali. Un progetto che funziona in tempi difficili e che apre uno spiraglio di luce verso il futuro in questo presente complicato.

Tra le buone cose di Biova, infatti, c’è questa: non dovete aspettare per assaggiarla, da oggi Biova si può ordinare su Winelivery, a Torino e a Milano. Può essere vostra tra 30 minuti. Noi vi consigliamo di assaggiarla oggi stesso!

 

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