Nino: evoluzione o involuzione del bartending?

Lo hanno ribattezzato “Nino”, ma per tutti, almeno dall’estate a questa parte, è il robot dei cocktail dei Murazzi. La notizia non è fresca, ma vale la pena rifletterci a distanza di qualche mese dall’inaugurazione del primo cocktail bar senza personale al mondo. Avete letto bene, non senza camerieri, proprio senza personale. Se qualcuno ancora non lo sapesse, questo localino in riva al Po è stato al centro di uno scandalo etico-alcolico che ha colorato un’estate che altrimenti, senza le alghe e senza il caldo torrido del 2017, rischiava quasi di passare inosservata sotto la Mole. Per fortuna è arrivato lui, Nino, il robot che mai si ribellerà agli esseri umani ma li aiuterà, con tutto l’amore che i suoi circuiti sono in grado di dare, a raggiungere il tasso alcolico atto a trascorrere una bella serata.

Su Nino ne hanno dette di tutti i gusti e colori, come solo gli esseri umani sanno fare quando qualcuno mette in discussione la loro stessa umanità. Come prevedibile, le critiche hanno toccato tasti etici che nemmeno il Papa, battendo sull’impossibilità di sostituire l’ingrediente umano in preparazioni “vive” come i cocktail, nell’ottica di una meccanicizzazione inappropriata, inutile e indisponente. Un sacco di “in”, tranne forse quello che Nino avrebbe gradito: “inclusivo”. Sì perché forse non tutti sanno che la meccanicizzazione, in ambito di miscelazione, è una propensione di molti cocktail bar in giro per il mondo e non perché si tratti di luoghi disumani che mettono nell’angolo l’estro dei propri bartender e soprattutto il cuore dei propri clienti, ma perché ci sono cose che per funzionare devono seguire dei disciplinari. Non stiamo parlando di politica, evidentemente, ma di miscelazione. Nessuno ha mai pensato di scagliarsi contro le ricette IBA, tanto per fare un esempio. Molti le rielaborano, alcuni addirittura le riscrivono, ma per fare un Negroni ci sono dei passaggi da seguire, degli ingredienti da utilizzare e delle misure da rispettare. Altrimenti non si fa il Negroni, si fa un altro cocktail, egualmente degno e magari pure più buono, ma è un altro cocktail.

In quest’ottica allora, cosa ne può il povero Nino di essere “l’oltrebartender”, nel senso nietszchiano del termine?

Non fraintendeteci e non condannateci all’astemia per questa presa di posizione, anche perché non è ancora finita. L’arte della miscelazione non è fatta solo di regole. Come tutte le arti è fatta anche di estro, improvvisazione, ispirazione, errori e adeguamenti. Invenzioni. E in questo Nino purtroppo difetti assai. Non per colpa sua, non hai scelto lui di nascere robot né di cimentarsi con la miscelazione, ma se può a pieno titolo definirsi un esecutore perfetto non può certo spacciarsi per un creativo.

E soprattutto, Nino non chiacchiera. Non riconosce i suoi clienti, non può farlo e quindi non può coccolarli, anticiparne le richieste, stupirli né intercettarne le esigenze. Questo è, forse ancor prima della fallibilità umana, ciò che lo rende un esperimento scientificamente avanguardista e affascinante, ma che per quanto ci riguarda non potrà mai sostituire l’unicità di una barlady o un bartender.

Ci sarà pure un motivo se la figura del barman è al centro di opere letterarie, cinematografiche, musicali e persino artistiche. Lo è perché da dietro il suo bancone, quando ci sa fare, riesce a creare una connessione unica con chi si ferma a ordinare un drink. Buona parte della bontà di un cocktail la fanno l’intuizione e la conversazione, attività squisitamente umane che non possono essere né sostituite né tanto meno imitate da una macchina. Non è nostra intenzione demonizzare il vecchio Nino, chi vuole provare un’esperienza nuova e originale deve assolutamente andare a trovarlo. Ma chi pensa che l’evoluzione del bartending sia questa non ci troverà d’accordo mai, per quanto questo possa valere. 

 

Foto: La Stampa

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