Coronavirus, come reagiscono le aziende alla crisi: parla Edelberto “Iguana” Baracco, CEO di Compagnia dei Caribi

di CORRADO LARONGA

Edelberto “Iguana” Baracco, CEO di Compagnia dei Caraibi, ci racconta come l’azienda sta affrontando il periodo di crisi e come immagina la ripartenza del settore e, più in generale, del Paese.

 

Quali sono le conseguenze più evidenti del lockdown?

C’è stata una flessione importante, come ci aspettavamo. Ormai siamo alla sesta settimana e dal punto di vista delle vendite è un momento davvero difficile, specialmente a causa del canale Horeca che per ora è completamente bloccato. È vero che attraverso il web e il delivery alcune attività riescono ancora a lavorare, ma credo che il mercato e i consumatori non siano ancora pronti a metabolizzare un certo tipo di filosofia dell’asporto, che sarà probabilmente uno dei protagonisti del nuovo futuro, senza per questo essere l’unico.

 

Cosa intendi?

Stiamo imparando nuovi modi di accedere al consumo da casa. Prima del lockdown era impensabile che ristoranti fine dining o cocktail bar facessero servizio da asporto, mentre adesso è diventato all’ordine del giorno, per necessità ovviamente. Il concetto di delivery era solo abbozzato in Italia, mentre all’estero è una realtà più che consolidata, basti pensare che in alcuni Paesi le abitazioni più moderne concedono sempre meno spazio alle cucine, perché la cultura del cucinare in casa non è forte come in Italia. Per fortuna non credo che la pandemia condannerà ristoranti e cocktail bar all’estinzione, penso solo che l’attività di delivery crescerà in maniera esponenziale, almeno per i primi tempi.

 

Come ha reagito Compagnia dei Caraibi alla crisi?

Abbiamo cercato di mantenere l’azienda il più possibile a regime, evitando fin dove possibile di usare ammortizzatori sociali, per una questione di solidarietà. Tutta la catena deve aiutarsi, per l’azienda non è un bel momento ma non lo è nemmeno per i dipendenti. Nessuno deve essere lasciato solo.

Attualmente il lavoro è diviso in due ambiti principali: uno è la formazione, che da sempre è fondamentale per noi. Abbiamo creato sistemi di webinar (seminari interattivi su internet) interni con i quali i commerciali e chiunque in azienda lo desideri possono approfondire l’origine, la storia e le peculiarità di ogni singolo prodotto, quindi non è certo tempo sprecato, anzi. Il secondo ambito sul quale abbiamo lavorato è quello del nuovo catalogo, che avrebbe dovuto essere presentato in occasione di Vinitaly. La manifestazione è stata giustamente rimandata, ma noi intendiamo presentare ugualmente la nuova linea nel mese di maggio.

 

Siete impegnati in progetti di solidarietà?

Certo: con Tannico, Callmewine e altri e-commerce sosteniamo alcune strutture ospedaliere come l’Ospedale Sacco di Milano e l’ospedale Bellaria di Bologna, destinando alla struttura una percentuale dei proventi delle vendite su tali piattaforme. Inoltre, sosteniamo il sito web promettoditornare.it, che ha ideato un interessante progetto attraverso il quale il consumatore può acquistare anticipatamente dai suoi esercizi di fiducia beni e servizi di cui fruire una volta che l’attività sarà riaperta, il tutto naturalmente a un prezzo vantaggioso. L’idea è quella di provare a compensare l’attuale mancanza di liquidità degli esercizi commerciali, un progetto secondo noi molto utile al quale abbiamo dato piena visibilità attraverso tutti i nostri canali. Infine, abbiamo partecipato a Caroselloisback, un format nato su Instagram che consiste in una diretta di 15 minuti tutti i giorni, dalle 19:45 alle 20:00, durante la quale si parla di varie tematiche inerenti al mondo della comunicazione e del marketing. Per il picco di persone all’ascolto raggiunto ogni giorno, il personaggio o l’azienda che partecipano in qualità di ospite alla diretta aggiungono uno 0 e la cifra che se ne ricava viene donata a un’associazione milanese che si occupa della violenza contro le donne. Infine abbiamo anche realizzato un piccolo video (visibile qui) per provare a lanciare a modo nostro un messaggio positivo al mercato.

 

Come e quando immaginate una ripresa?

Purtroppo, sarà inevitabile che questa crisi colpisca in particolar modo le micro-attività. Per quanto riguarda il nostro ramo, probabilmente alcuni bar chiuderanno, ma va detto che la vitalità e l’energia che da sempre contraddistinguono gli italiani farà sì che alle chiusure corrispondano altrettante aperture, cosa che non porterà a un impoverimento dell’offerta, semmai a un rinnovo di insegne. Sempre di più si farà strada nel mercato una tendenza che già era visibile prima della crisi, e cioè una rottura del classico schema dei canali distributivi e di vendita: la parola d’ordine sarà “promiscuità”, quindi assisteremo a bar che si sposteranno verso ristorazione, ristoranti che apriranno alla possibilità di svolgere anche attività di enoteca, supermercati che guarderanno al cash&carry e così via. La meccanica tradizionale cui siamo abituati non esisterà più così come i confini netti che prima di marzo caratterizzavano le diverse attività.

 

E il delivery che ruolo avrà?

Credo che non sarà più gestito solo dalle grandi piattaforme ma che anche il fruttivendolo, per fare un esempio, ricomincerà a consegnare a casa. Questo micro-delivery potrebbe rinascere e io la vivo come una speranza di ricreare un’identità di quartiere che ci faccia recuperare una dimensione che da anni abbiamo perso. Naturalmente spero che il delivery si affianchi alla somministrazione classica senza sostituirla, ci mancherebbe.

Una delle cose più difficili da fare sarà capire come superare la paura del contatto affinché i clienti possano tornare a frequentare i locali senza paura. In Asia in questo momento il settore horeca è in forte difficoltà proprio perché, nonostante la graduale riapertura, le persone sono terrorizzate all’idea di entrare in un luogo dove rimanere fermi anche solo 15 minuti. Bisognerà ricreare una quotidianità che passi attraverso una ridefinizione degli spazi e la creazione di aree di comfort per il consumatore, possibilmente senza speculazioni, perché in un periodo del genere sarebbero ancora più odiose del solito.

 

Vedi qualche analogia tra il boom economico del dopoguerra e la nostra ripresa, quando ci sarà?

Quella che stiamo vivendo ha tutte le caratteristiche di una guerra, perché siamo in balia di un nemico che non ci spara addosso ma ha la facoltà di modificare in maniera molto rapida il nostro stato di salute e, conseguentemente, il nostro modo di vivere. È un nemico invisibile che colpisce le persone in maniera selettiva: l’ospedale, per esempio, è un’area di guerra, ma nel palazzo di fianco la vita può andare avanti come al solito. Uno scenario così frammentato può essere ricostruito solo con la solidarietà e con l’adattamento: dobbiamo accettare che il nostro mondo è cambiato e adeguarci di conseguenza. Il boom economico del secondo dopoguerra è uno scenario che secondo me potrà replicarsi quanto tutto sarà finito, e sarà una grande opportunità per rialzarci e diventare più forti di prima. Dovremo però imparare a ricreare i nostri spazi ascoltando noi stessi, perché i limiti e gli stimoli sono tutti dentro di noi, non all’esterno. Abbiamo la possibilità di rivivere quel fermento, quindi l’unica domanda è: vogliamo concedercela?

 

 

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