Lorenzo Ferraboschi: l’uomo che ha portato il Giappone in Italia

 

Conoscitore dello stato del Sol Levante più per caso che per volontà, Lorenzo Ferraboschi è da diversi anni ambasciatore della cultura giapponese in Italia. All’attività di trading avviata con la moglie Maiko, si è susseguita l’apertura di business sempre nuovi e diversi, con unico punto in comune: il Giappone.

 

Che origini e che formazione hai? Quando e perché hai deciso di fare il primo viaggio in Giappone?

Sono nato nel 1977 a Piacenza. Ho fatto Architettura al Politecnico di Milano, specialistica in disegno industriale e un mese dopo la laurea, nell’ottobre del 2000, sono partito per il Giappone. Vi era una gara di design indetta dall’Università per l’inaugurazione di uno showroom di moda in centro a Tokyo. Ho mandato la mia idea, è stata approvata e ho quindi lasciato l’Europa. All’inizio, per ovvii motivi di lingua, è stato per me molto difficile ma in poco tempo sono riuscito ad ambientarmi e ad apprezzare la cultura giapponese. Dopo alcuni anni sono andato a lavorare alla Sony per curare il design d’interfaccia poi, dopo un’esperienza da freelance, sono stato alla Samsung, dove disegnavo cellulari, MP3, home theatre e televisori.

 

Come mai hai deciso di far ritorno in Italia? Di cosa ti sei occupato inizialmente?

Mi sono accorto che quel lavoro non era più quello che volevo fare. All’età di 28 anni, nel 2009, ho deciso di tornare in Italia insieme a Maiko, con la quale mi sono sposato. Ho capito sin da subito che le stesse competenze da designer che richiedevano in Giappone non erano richieste in Italia. Nel frattempo, grazie agli anni passati in Asia e alla formazione di Maiko, giornalista e gastronoma, i giapponesi ci iniziarono a chiedere se potevamo fare da tramite per l’acquisto di ingredienti italiani. All’inizio era un passatempo, poi abbiamo deciso di aprire una società, FT srl, che rappresenta tuttora il nostro primo lavoro. Ci siamo per anni informati sui prodotti facendo visita alle aziende – dal Parmigiano al Prosciutto Crudo di Parma fino all’Aceto Balsamico – e abbiamo trasferito queste informazioni a chi ce le richiedeva. Si è così creato un fruttuoso passaparola che chi ha portato a fornire compagnie estere, tra le quali catene di alberghi.

 

Ph Alberto Moro

 

Quando hai deciso di avviare diversi business a tema sake?

Nel 2014 l’ente paragovernativo Jetro, sulla base del riscontro del sake avuto a Londra e Parigi, aveva stilato un report in cui diceva che lo stesso successo poteva essere replicato in Italia. A quei tempi ero un appassionato amatoriale di sake e, visto l’arrivo dell’Expo a Milano, ho deciso che avrei voluto conoscerlo nel dettaglio per riuscire a raccontarlo in modo adeguato. Decisi così, nel 2015, di creare assieme a mia moglie e ad altri due amici il primo negozio online interamente dedicato al fermentato di riso, Sake Company. In seguito a quest’idea, la Sake Sommelier Association mi contattò e mi chiese se fossi stato disposto a diventare partner italiano dell’associazione. Accettai e, dopo aver conseguito tutti i livelli del corso di sommelier, sono diventato il loro primo portavoce in Italia. In poco più di 6 mesi, Sake Company era diventata la realtà italiana di riferimento nel mondo del sake.

 

 

Quali impegni porti avanti in Sake Company e Sake Sommelier Association?

Oltre a essere il primo negozio interamente dedicato, Sake Company è stato anche l’incubatore della prima Milano Sake Challenge, un evento a tema la cui prima edizione è andata in scena nel 2019. Parteciparono ben 109 produttori con 600 tipologie di sake e circa 3-4000 visitatori, ai quali facemmo scoprire la bevanda anche nelle sue molteplici modalità di abbinamento – cioccolato, ostriche, ecc… – nella Fuori Milano Sake Challenge. Mentre questo discorso è momentaneamente fermo, portiamo invece avanti i corsi – in Sake Sommelier Association – per diventare sommelier fino al livello avanzato, nel quale portiamo gli iscritti in Giappone. Nonostante siano due realtà che quasi si sovrappongono, per certi versi, è eticamente giusto tenerle slegate.

 

 

Perché hai aperto Sakeya?

Perché qualche anno fa ero desideroso di avere un negozio fisico in cui poter distribuire i corsi e proporre i prodotti di Sake Company. Così, dopo un viaggio in Giappone tra le sakagura – le case di produzione del sake – e alla ricerca dei fondi necessari, a dicembre 2016 ho curato l’apertura de ‘la prima casa del sake’, un luogo dove poter apprezzare il sake nelle sue molteplici vesti. È un bistrot in cui la cucina dello chef Masaki Inoguchi viene proposta in abbinamento al sake e in cui io mi sto attualmente occupando della parte amministrativa e di supporto organizzativo. Un altro locale nel quale collaboro analogamente, è Carico Milano, il mio unico progetto “non pienamente giapponese”, un progetto che ho deciso di avviare insieme al bar manager e amico Domenico Carella, per la grande amicizia e stima reciproca che abbiamo l’uno nei confronti dell’altro. È un locale che abbiamo aperto per colmare un vuoto a Milano, quello di un contenitore di idee che sappia dare pari importanza al cibo e al bere, proposti a prezzi accessibili e con grande lavoro di ricerca.

 

 

Hai all’attivo altri progetti, non per forza riguardanti il sake?

Sì, due anni fa insieme a Maiko, memori del successo del sake in Italia, abbiamo capito che oltre al sake, anche nel mondo della carne Wagyu giapponese potevamo portare valore e cultura, abbiamo quindi deciso di replicare l’esperienza sake applicandola alla carne Wagyu, avviamo quindi una società di distribuzione verticale e specializzata inizialmente solo sul B2B. Si chiama Wagyu Company e, da dicembre abbiamo deciso di estenderla anche ai privati poiché, con l’avvento del Covid-19, è venuto a mancare tutto il target su cui avevamo costruito il nostro progetto. Quando ci rivolgevamo solo al settore B2B abbiamo ricevuto tantissime richieste da privati e sapevamo che, prima o poi, questo passo l’avremmo fatto. Adesso riusciamo a consegnare in tutta Italia a temperatura controllata, tagli con la frollatura perfetta, le consegne avvengono già il giorno dopo l’ordine su Milano (fino a 72 ore nelle isole). Abbiamo dovuto adattarci alle diverse esigenze, puntando su prodotti adatti per il consumo casalingo, quali la carne macinata o gli hamburger, a differenza di prima, in cui vendevamo selezionate tipologie di tagli solo su prenotazione a ristoranti, hotel, compagnie aeree, navali e catering.

 

 

In che cosa si distingue Wagyu Company dalla concorrenza? Quali sono i prodotti più venduti?

In due aspetti: organizzazione e tracciabilità. Sul nostro sito i tagli non sono organizzati in base alla parte anatomica, ma in base all’uso previsto. Se il consumatore vuole provare l’esperienza della griglia giapponese, allora acquisterà uno (per esempio) lo yakiniku, il taglio già pronto. Vogliamo inoltre fornire al consumatore finale gli strumenti per conoscere da dove arriva il proprio taglio di carne, grazie a un codice attraverso cui è possibile vedere dove è nato l’animale, dove è cresciuto, dove è stato macellato e a quale età, fattore fondamentale che non viene quasi mai preso in considerazione. Gli utenti italiani preferiscono acquistare i prodotti più vicini a quello che è il loro consumo quotidiano, come la bistecca o l’hamburger, mentre quelli giapponesi prediligono tagli pronti per la cucina tipica – i maltagliati (kiriotoshi), ovvero ciò che rimane degli altri tagli, e il grasso – perché il valore aggiunto del wagyu sta proprio lì.

 

 

Un altro progetto nato di recente è Gourmet Giappone. Qual è l’idea che sta alla base e a quando risale?

Gourmet Giappone è il progetto più giovane e più ampio e difficile. Nasce come una piazza in cui ogni piccolo produttore mette a disposizione i propri prodotti, in esclusiva italiana, utilizzabili in ricette tradizionali giapponesi o per dare vivacità a quelle italiane. Abbiamo optato per fare un’accurata selezione di realtà, via via in aumento, che sono riuscite nel tempo a distinguersi per una produzione di nicchia e per un risultato costante nel tempo. Il progetto è nato un anno e mezzo fa e ha preso il via il 20 dicembre. Abbiamo impiegato diverso tempo per la selezione dei primi produttori. Come per Sake Company e Wagyu Company, consegniamo in tutta Italia sia a professionisti che i privati. L’idea è quella che diventi una piattaforma dove potersi informare su qualsiasi aspetto riguardante la cultura culinaria giapponese: dagli ingredienti, alle ricette, dagli attrezzi ai viaggi.

 

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